Il ritratto della Libertà: Jonathan Franzen

“Non importa se lo ama oppure no, se non riesce a comportarsi bene”. Dopo Le Correzioni, Jonathan Franzen sceglie nuovamente la famiglia per raccontare il sentimento che diventa catena, la passione che diventa costrizione, il legame che è al contempo una condanna e una risoluzione.LiberàLe ipertrofiche coscienze dei personaggi franzeniani sono ancor meglio delineate rispetto al romanzo d’esordio, mantenendo quell’ironia e quell’amarezza di fondo con le quali l’autore fa dei suoi personaggi pedine di un meccanismo sempre, e così incredibilmente, appassionante e pulsante di vita. Non puoi separarti dalla famiglia Berglund finché, tutto d’un fiato, non scopri, banalmente, come va a finire: sebbene qualche espediente di plot non sia sempre all’altezza della forma, l’abilità di Franzen nel dispensare informazioni al momento giusto per tenere viva l’attenzione ha veramente pochi eguali nel panorama americano contemporaneo. Niente a che vedere, sia chiaro, con l’artificiosità di una trama strutturata strizzando l’occhio al cinema o alle serie tv: con Franzen si recupera il gusto dell’opinione anche molesta, della descrizione quasi esclusivamente interiore, dell’abbondanza verbale peculiare solo della letteratura più pura e più bella. Anche in Freedom l’autore, come in The Corrections, concede il meglio ai personaggi femminili: Patty Berglund è una “everywoman” che resterà nella storia del romanzo, insieme a tutta quella combine di individui “potenziali e contraddittori”, e di altri “concreti e definiti” che una volta entrati nella nostra memoria, difficilmente riusciranno ad essere spazzati via dalle letture successive.

Daniela Scotto

Autrice RaiScuola e giornalista

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